LAMEZIA TERME - 22 aprile 1989: Quando i LITFIBA mi CAMBIARONO la VITA


Le reunion sono strane macchine del tempo. Non riportano semplicemente le nostre band preferite sul palco: riportano indietro noi stessi. Basta il primo accordo e il tempo smette di scorrere in linea retta. La memoria curva il presente e ti riporta in una data precisa, in un luogo che credevi sepolto per sempre. All'improvviso quel ricordo riaffiora, nitido e pulsante, insieme ai tuoi vent'anni.

La reunion dei Litfiba, che nel 2026 ha riportato in tour 17 RE, il loro disco più importante, su di me ha avuto un effetto dirompente. In un attimo mi sono ritrovato in un luogo che nessuno assocerebbe mai alla storia del rock italiano: il Palasport di Lamezia Terme (che in quegli anni si presentava cosi).


Era il 22 aprile 1989. Ero un adolescente e stavo per assistere al mio primo vero concerto rock. La mia vita stava per cambiare, per sempre.


QUANDO LA MUSICA ANDAVA CERCATA

Oggi la musica viene a cercarti. Nel 1989 eri tu che dovevi cercare lei.

Può sembrare una differenza da poco, ma in realtà è un cambio di paradigma enorme. Oggi basta aprire Spotify o YouTube: un algoritmo ti suggerisce un gruppo, poi un altro ancora. Nel giro di pochi minuti puoi passare dai Joy Division a Taylor Swift senza neanche sapere come ci sei arrivato.

Negli anni Ottanta funzionava esattamente al contrario. La musica andava inseguita, cercata, scovata. Noi i cacciatori, lei La Preda.

Vi era anche una sorta di beffardo "musical-divide". Vivere a Roma, Milano, Firenze o Bologna significava avere accesso a negozi di dischi, concerti e persone con cui condividere le proprie passioni. Vivere in provincia significava partire con molti chilometri di svantaggio. Io vivevo in un piccolo paese di montagna della Calabria: niente negozi di dischi, niente locali, niente concerti. Solo montagne. A me e ai miei amici, essere dei Re del Silenzio non ci bastava più.

Internet non esisteva. I social network erano fantascienza. Le riviste musicali arrivavano con mesi di ritardo, quando arrivavano. Per ascoltare qualcosa di nuovo bisognava affidarsi al passaparola, a un amico più grande, a un fratello illuminato, a un'audiocassetta registrata, oppure alle radio.

Ecco, la radio era davvero uno straordinario strumento di scoperta musicale e crescita personale. Soprattutto una trasmissione Rai di quegli anni, dal nome affascinante: Stereodrome. Una finestra aperta su un altro universo. I conduttori parlavano con la voce bassa, poi partivano i brani: gruppi dai nomi misteriosi, sonorità mai sentite, chitarre taglienti, sintetizzatori gelidi, batterie tribali, bassi profondissimi. Si stava pronti con il registratore a cassette, col dito appoggiato sul tasto REC. Bastava che il conduttore respirasse nel momento sbagliato e la canzone era rovinata, ma quando riuscivi a registrarla per intera era una vittoria.

Le cassette erano oggetti preziosi: le TDK da novanta minuti divenivano dei piccoli patrimoni personali. Ci si scriveva sopra con il pennarello, si decoravano, si prestavano agli amici, spesso tornavano indietro cancellate o con nuove registrazioni. Erano le tue playlist su nastro magnetico.

Poi c'erano i dischi, o meglio, l'attesa dei dischi. L'annuncio di nuovi album delle tue band preferite era l'inizio di un dolce supplizio. Si leggevano le poche anticipazioni disponibili, si consumavano le fotografie sulle riviste, si fantasticava sulle copertine, sui titoli dei brani, persino sul colore del vinile. Poi la telefonata in negozio per sapere se fossero arrivati, i soldi messi da parte e si partiva in missione: in città, a caccia di musica.

Comprare un disco era un vero investimento. Un vinile era Oro Nero: costava decine di migliaia di lire, quindi lo si ascoltava fino a consumarlo. Si imparavano a memoria i testi stampati sulla busta interna, si studiavano le fotografie, i ringraziamenti, perfino il nome del tecnico del suono. Un disco diventava un oggetto da abitare, non un file da saltare dopo trenta secondi.

Ma a un certo punto anche i dischi non bastavano più. Nasceva una urgenza: vedere quei gruppi dal vivo. Sentire davvero il volume delle chitarre, il basso nello stomaco, la batteria nel petto. Non volevamo più soltanto ascoltare la musica. Volevamo starci dentro.

Quando nel 1989 scoprimmo che i Litfiba sarebbero venuti a suonare a Lamezia Terme, pensammo che, per una sera, saremmo stati ricompensati di tutti i nostri sforzi: finalmente sarebbe stata la musica a venire da noi.



L'ATTESA

Scegliere una band da seguire significa da sempre scegliere una tribù. La musica dice agli altri chi sei. In quegli anni c'era chi viveva per gli U2, chi per i Cure, chi per i Depeche Mode. Io e i miei amici avevamo scelto i Litfiba. Non perché li ritenessimo i migliori, ma perché sembravano parlare direttamente a noi: erano italiani senza sembrare provinciali, avevano il punk, la new wave, il Mediterraneo, il teatro, la poesia. Erano la dimostrazione che in Italia fosse possibile fare una musica moderna, internazionale, ambiziosa, senza imitare nessuno. Erano il ponte perfetto tra noi e il resto del mondo.

Il loro percorso raccontava una crescita continua e coerente. Desaparecido aveva aperto un varco, un disco compatto e affilato. 17 Re aveva spalancato una porta, trasformando il suono della band in un caleidoscopio sonoro: tribale, oscuro, latino, impossibile da catalogare. Poi il nuovo disco, Litfiba 3, il punto d'incontro perfetto tra sperimentazione e potenza, tra ricerca artistica e impatto dal vivo. Era un disco fatto apposta per essere cantato a squarciagola. Pieno di versi ("Non voglio più amici, voglio solo nemici!") che per un adolescente suonavano come veri e propri manifesti esistenziali. 


Eppure i loro dischi non ci bastavano più. Volevamo finalmente sentirli dal vivo: suonare, cantare, sudare. Vederli come persone reali. Oggi può sembrare difficile da comprendere. Viviamo in un'epoca in cui ogni artista è continuamente presente sui social, pubblica fotografie, dirette live, backstage, prove, perfino la colazione del mattino. Nel 1989 era l'esatto contrario. In quegli anni i musicisti erano ancora creature misteriose. Esistevano sulle copertine dei dischi, nelle fotografie delle riviste, nelle poche apparizioni televisive. Il resto lo faceva l'immaginazione, che alimentava il mito. Più erano irraggiungibili, più sembravano giganteschi.

Ecco allora arrivare la notizia: i Litfiba avrebbero portato il tour di Litfiba 3 fino a Lamezia Terme. La notizia era passata di bocca in bocca, da un negozio di dischi a una trasmissione radio, da un amico a un altro. Prendiamo la decisione, l'unica possibile: si va a vederli in concerto.

L'attesa dell'evento permeava ogni aspetto della nostra quotidianità, perfino la scuola. Riempivamo la lavagna coi loro testi, spesso troppo ermetici e proprio per questo assolutamente irresistibili. Un gesto di sfida, o più semplicemente solo il bisogno adolescenziale di lasciare un segno. Una volta ricoprimmo la lavagna coi versi di Lulu e Marlene. Quando arrivò il professore, si fermò a leggere. Noi aspettavamo la ramanzina, o una frase di scherno. Invece ci chiese chi fosse l'autore di quella poesia. Per qualche secondo nessuno ebbe il coraggio di rispondere. Poi confessammo che era il testo di una canzone.

Una canzone dei Litfiba.



COME LAMEZIA TERME DIVENNE POST PUNK

I Litfiba, fin dagli esordi, avevano fatto una scelta precisa: costruire il proprio pubblico chilometro dopo chilometro, suonando ovunque fosse possibile, senza distinguere tra grandi città e piccola provincia. Attraversando l'Italia in lungo e in largo, suonando sera dopo sera, dal vivo erano diventati formidabili.

La band non considerava il meridione una semplice periferia. I Litfiba ci tornavano spesso. Le testimonianze dei loro concerti di quegli anni sono disseminate in tutta l'Italia meridionale: Campania, Basilicata, Puglia, Sicilia. Anche la Calabria era presto entrata nella loro geografia. Reggio Calabria nel 1983. Cosenza e Pizzo Calabro nel 1984. Soverato nel 1985. Ancora Reggio Calabria nel 1987. Concerti per noi ancora inaccessibili, raccontati dagli amici più grandi come eventi leggendari.

Poi ecco arrivare il tour di Litfiba 3, in uno dei momenti più alti della storia della band. Il gruppo aveva completato quella straordinaria trilogia iniziata con Desaparecido e proseguita con 17 Re. Sul palco Pelù, Renzulli, Maroccolo, Aiazzi e De Palma erano diventati una macchina perfetta. Ogni concerto era un'esplosione di energia, teatralità e tensione elettrica. Erano la dimostrazione concreta che non fosse necessario nascere a Londra o a New York per produrre rock di livello internazionale.

Dopo le prime date italiane e una serie di concerti all'estero (perfino nell'allora impenetrabile Unione Sovietica), la band sarebbe tornata ancora una volta in Calabria. La nostra band preferita che, all'improvviso, ci veniva a suonare sotto casa. Ma perché proprio a Lamezia? La risposta ha due nomi.

Il primo è Crash&Clap.

Per chi viveva dalle nostre parti era l'unico negozio di dischi a proporre musica alternativa. Varcare le sue porte era come attivare un teletrasporto, per ritrovarsi idealmente in un negozio di Londra, Berlino o New York. Gli scaffali erano pieni di dischi introvabili, copertine misteriose, gruppi mai sentiti, manifesti, spille, riviste. Ogni visita era una scoperta: entravi per comprare un disco e uscivi con altri cinque nomi da ascoltare.

Ma prima ancora che un negozio, Crash&Clap era una comunità: un punto di ritrovo, un luogo di scambio, un laboratorio culturale. Qui passavano musicisti, appassionati, collezionisti, organizzatori di concerti. Si parlava di punk inglese, di new wave americana, di industrial, di psichedelia, ma soprattutto dei nuovi gruppi italiani. Il rock non era soltanto quello trasmesso in televisione: esisteva un continente sommerso, un'Italia musicale sotterranea ancora tutta da scoprire. Litfiba, CCCP, Diaframma, Neon, Underground Life, Gaznevada, Denovo, Moda, Pankow e decine di altre band che costituivano un'Italia parallela, lontanissima da quella raccontata dal Festival di Sanremo e dalle radio commerciali. 


Il secondo nome è ECSDance.

Nata dalle ceneri di AltraLameziaGroup (la cooperativa artistica che aveva portato Franco Battiato e i Telaio Magnetico nella Nicastro nel 1975), questa associazione negli anni Ottanta aveva organizzato una serie di concerti che avevano trasformato la Calabria in una tappa stabile del rock alternativo. Solo per citare alcuni nomi: Boppin' Kids, Kim Squad, Boo Hoos e gruppi di culto internazionale come Fuzztones, Thin White Rope e gli australiani Celibate Rifles. Non erano concerti casuali: dietro c'era una visione. L'idea che anche una città del Sud potesse dialogare con la parte più viva della musica rock contemporanea.

Era una scommessa culturale prima ancora che economica. Nessun influencer, nessuna campagna social. Solo volantini fotocopiati, manifesti affissi di notte, passaparola, telefonate, negozi di dischi, radio locali e tanta ostinazione. Mentre la televisione raccontava gli anni Ottanta come il decennio dell'Italo Disco, dei paninari e del riflusso, in Calabria prendeva forma un circuito musicale sotterraneo. E naturalmente passavano le nuove band italiane: Gaznevada nel 1982, Neon nel 1985, Moda nel 1987. Eventi divenuti leggendari.

Il concerto dei Litfiba del 22 aprile 1989 si poneva come uno dei punti più alti di quella stagione. Per una sera il Palasport di Lamezia Terme avrebbe smesso di essere un semplice impianto sportivo. Per noi sarebbe divenuto il centro del rock alternativo italiano.

Saremmo scesi anche noi, dalle montagne silane alla pianura lametina, pur di andare a vedere la nostra band preferita. Non immaginavamo che stavamo per assistere al concerto più importante della nostra vita.



22 APRILE 1989: VERSO IL PALASPORT

Da mesi avevamo aspettato quella data.

Fino a quel momento i Litfiba erano stati soprattutto una voce dentro un mangianastri, la copertina di un vinile, una fotografia. Quel sabato, invece, sarebbero diventati persone vere. Per settimane non avevamo parlato d'altro: della scaletta, delle canzoni, dello spettacolo. Nessuno aveva la minima idea di quello che ci aspettava davvero.

Adolescenti degli anni Ottanta. In un perenne stato di agitazione. Eravamo ancora minorenni: nessuno di noi sapeva guidare. Ci avrebbero accompagnato i genitori: scaricati frettolosamente davanti al Palasport, sarebbero tornati a riprenderci a concerto finito.

Fuori era già pieno di gente. Tanta. Molta più di quanta potevamo immaginare. Ragazzi arrivati da ogni parte della Calabria. Capelli lunghi, giubbotti di pelle, jeans scoloriti, anfibi, magliette nere, spille. Eravamo tutti parte della stessa tribù.

Poi dal palazzetto arrivarono delle schitarrate distorte: la band era alle prese col sound-check. La musica filtrava dalle porte chiuse, ovattata, distante. Ma chiaramente riconoscibile: stavano suonando Corri. Pelù stava provando il riverbero del microfono. Ghigo stava controllando il suono dell'ampli. Ringo faceva rimbombare la batteria. Gianni Maroccolo accordava il basso. Antonio Aiazzi sistemava le tastiere. Non li vedevamo ancora, eppure, per la prima volta, stavamo ascoltando i Litfiba dal vivo. Un momento brevissimo che rimane uno dei ricordi più nitidi di quella serata.

Poi la musica si stoppò e la fila iniziò lentamente a muoversi. Biglietti in mano, varcammo l'ingresso.

Era un tipico palazzetto dello sport di quegli anni: il parterre, le gradinate, cemento alle pareti, gomma sul pavimento, fumo di sigaretta che si espandeva nell'aria. Le luci ancora basse illuminavano il palco, molto più grande di come lo avevo immaginato. Le aste dei microfoni montate e gli amplificatori accesi emettevano un leggero ronzio. I concerti dell'epoca erano molto diversi da quelli attuali: nessuna scenografia monumentale, nessun maxischermo. Solo l'essenziale.

Il resto lo avrebbe fatto la band.



UNA NOTTE DI ROCK A LAMEZIA

Ci sono concerti di cui mi ricordo perfettamente la scaletta e l'impeto delle singole canzoni. Di quel concerto ricordo sorprendentemente poco. O meglio: ricordo soprattutto sensazioni, rimaste nitide ancora oggi.

Intanto lo stupore. Arrivato il primo colpo di batteria, il mondo cambiò volume. Dal vivo i Litfiba erano infinitamente più potenti di quanto lasciassero immaginare i loro dischi. Le casse sembravano eruttare. Ricordo il suono del basso di Gianni Maroccolo, che mi abitava lo stomaco, possedendomi. Non avevo mai sentito uno strumento occupare così tanto spazio. Aveva un suono profondo, elastico e metallico, capace di tenere insieme la furia della batteria di Ringo e le aperture melodiche della chitarra di Ghigo.


Renzulli, invece, in quegli anni era l'esatto contrario dello stereotipo del chitarrista rock. Nessuna posa da virtuoso, nessuna ricerca dell'effetto spettacolare. Tranquillo, suonava con una naturalezza quasi disarmante, lasciando che fossero le sue chitarre a raccontare tutto. Ogni riff una dichiarazione d'intenti: tagliente, essenziale, inconfondibile.
Alle sue spalle Aiazzi costruiva paesaggi sonori che fino ad allora avevo soltanto intuito nei dischi. Dal vivo le tastiere non erano un semplice riempitivo: erano aria, luce, profondità. Davano respiro alle canzoni. Ci avvolgevano, ci abbracciavano.


Poi c'era lui. Ringo De Palma. Ricordo l'impressione fisica che trasmetteva: una potenza bestiale. Ogni colpo era preciso, potente, inesorabile. Indispensabile. Era il motore dei Litfiba, quello che trasformava ogni brano in una corsa in avanti.


E infine arrivava Piero Pelù. Non si limitava a cantare le canzoni. Le abitava. Ogni brano diventava una rappresentazione teatrale: danzava, saltava, si dimenava. Si piegava fino a sfiorare il pubblico. Un animale da palcoscenico. Era il nostro Iggy Pop. E parlava direttamente a noi, col suo accento toscano.


Poi ricordo l'attenzione assoluta del pubblico verso ciò che accadeva sul palco. Nessuno guardava attraverso lo schermo di un telefono. Nessuno pensava a registrare un video. Nessuno si preoccupava di raccontare il concerto sui social. Lo si viveva e basta. Eravamo completamente presenti. Il concerto esisteva soltanto in quel momento: una volta finito, sarebbe sopravvissuto esclusivamente nella nostra memoria. 


Negli anni ho cercato invano di ricostruire la scaletta della serata, confrontando date contigue a quella in esame. Ho recuperato alcuni brandelli rimasti impressi nella mia testa.

L'inizio acido e dolente di Peste.
La travolgente energia di Paname.
La potenza oscura di Gira nel mio Cerchio.
Le catene che pericolosamente volteggiavano durante Luisiana.
La dolcezza di Lulu e Marlene.
La chitarra imbracciata da Piero durante Cuore di Vetro.
Il trascinante finale di Tex.

E poi l'imprevisto, che mi torna sempre in mente ogni volta che ripenso a quella sera. All'improvviso una ragazza sbuca dal pubblico e riesce a salire sul palco. Per pochi istanti tutto si ferma: la band, il pubblico, tutti sospesi dentro un'unica scena. Lei che si avvicina a Pelù, con entusiasmo e incoscienza. Prova ad abbracciarlo, forse a baciarlo. Piero con eleganza la allontana, regalandole un sorriso.

Un'immagine simbolo di quella serata. Perché racconta perfettamente lo spirito di quei concerti. Non esistevano barriere tra artisti e pubblico: il confine tra palco e platea poteva improvvisamente scomparire. Il rock non era qualcosa da guardare a distanza. Era qualcosa in cui finivi dentro. Qualcosa di imprevedibile, di vivo, di tangibile. Esisteva un'energia comune che, per un paio d'ore, rendeva tutti parte dello stesso racconto.


Quando le ultime note svanirono e le luci del palazzetto si riaccesero, lentamente uscimmo dal palasport con le orecchie che fischiavano ancora. Era ormai notte fonda: la gente defluiva verso il parcheggio. C'era chi commentava la scaletta, chi cercava gli amici persi tra la folla, chi continuava a canticchiare qualche ritornello mentre cercava di ritrovare l'automobile.

Io ricordo soprattutto lo stordimento. Come succede dopo certi film, o dopo certi libri. Quelli che, una volta finiti, continuano ad abitarti dentro. Cambiandoti per sempre. 

Avevamo assistito a molto più di un concerto. Avevamo capito che il rock non era soltanto musica. Era un luogo di appartenenza, una comunità, un rito collettivo costruito attorno a un palco, dei musicisti e centinaia di ragazzi appassionati. Quella sera era nata una dipendenza meravigliosa. Da quel momento ascoltare un gruppo su disco non sarebbe più bastato. Ogni nuova uscita avrebbe acceso un'unica domanda: "Quando vengono a suonare?"

Volete capire cosa significasse vedere i Litfiba dal vivo nel 1989? Abbiamo recuperato un documento prezioso. Il 21 aprile, appena ventiquattr'ore prima del concerto di Lamezia Terme, la band era negli studi di Discoring, per eseguire dal vivo Paname e Cuore di vetro. Guardare oggi quelle immagini significa avvicinarsi il più possibile a ciò che vedemmo quella sera.



TRENTASETTE ANNI DOPO

Nel mio studio c'è un biglietto appeso alla parete. È quello di quel concerto. Per trentasette anni è stato l'unico reperto tangibile di quella notte. Nessuna fotografia, nessun reperto, e negli anni nessun filmato o audio è mai riapparso online.

Poi succede qualcosa: i Litfiba che nel 2026 annunciano la reunion per riportare in tournee 17 Re.

Pubblico online una semplice domanda: "Chi era al concerto dei Litfiba al Palasport di Lamezia Terme il 22 aprile 1989?". E improvvisamente si riapre quella porta rimasta chiusa per quasi quattro decenni. Cominciano ad arrivare testimonianze. Ragazzi che quel giorno erano sotto al palco. Altri che erano seduti in gradinata. Chi ricorda una canzone. Chi un gesto di Pelù. Chi qualche spintone di troppo in prima fila. Ogni testimonianza aggiunge un tassello.

La memoria è come un enorme archivio distribuito: ogni persona conserva un frammento diverso. Nessuno possiede l'intera storia. Quando quei frammenti tornano a incontrarsi, il passato riprende a respirare.

Qualcuno recupera delle fotografie. Scatti mossi, granulosi, dai colori sbiaditi. Fatti con una macchinetta usa e getta, strumento rudimentale ma all'epoca preziosissimo. Foto sfuocate eppure straordinariamente vive. Frammenti di tempo rimasti intrappolati dentro un cassetto, che abbiamo usato per impreziosire questo articolo.


Altri ritrovano il biglietto originale. Consumato e ingiallito. Ma con gli autografi dei Litfiba. Un piccolo pezzo di carta che improvvisamente torna a raccontare una storia.

Poi emergono gli aneddoti. Qualcuno ricorda la pizzeria dove prima del concerto furono visti cenare Gianni e Ringo, mentre guardavano una partita in tv: quella sera c'era Italia-Uruguay, il primo gol in azzurro di Roberto Baggio. Ecco spiegato il perchè del loro grande interesse.

Un altro ricorda come a fine concerto Maroccolo avesse smontato le corde del basso per regalarle al pubblico. Altri ricordano l'angoscia provocata della catena fatta roteare da Pelù durante Luisiana: se gli fosse scappata di mano, sarebbe stata una strage. Piccoli dettagli ma preziosissimi. 

E poi scavando ecco la chicca: I "Pazzi di Lamezia". Così li chiamavano gli stessi Litfiba. Uno sparuto gruppo di ragazzi che, con ostinazione e passione, erano riusciti a costruire un ponte tra la Calabria e Firenze. Molto prima dei social, delle e-mail, dei forum, di WhatsApp, questi ragazzi avevano creato un rapporto profondo con la band: li seguivano, li amavano, li sostenevano. Non erano semplicemente fan. Erano militanti della musica. Custodi di una scena. Senza persone come loro, probabilmente quel concerto non sarebbe mai esistito.

Ed è proprio grazie ai racconti di alcuni di quei "Pazzi" che riaffiorano i dettagli del legame speciale che avevano costruito con i Litfiba. Le telefonate, le lettere, i demo tape introvabili custoditi come reliquie. Gli inviti in sala di registrazione. Una vicinanza umana che oggi appare quasi inconcepibile. Viviamo nell'epoca degli artisti continuamente esposti sui social e, paradossalmente, sempre più lontani. Alla fine degli anni Ottanta, invece, poteva accadere che una band e un gruppo di ragazzi di provincia costruissero un rapporto autentico. Fatto di fiducia, passione, condivisione.

Da quella sera ho assistito a centinaia di concerti. Alcuni memorabili. Altri dimenticabili. Alcuni condivisi con migliaia di persone, altri con poche decine di appassionati. Ma ogni volta che entro in un luogo per assistere a un concerto, in fondo, sto ancora cercando quella sensazione provata la sera del 22 aprile 1989. Sto tornando in quel Palasport di Lamezia Terme. Sto tornando da quell'adolescente che stringeva un biglietto tra le mani e guardava un palco vuoto, senza immaginare che, di lì a poco, la sua vita sarebbe cambiata.

Nel 2026 sono tornato a vedere i Litfiba. Sono passati trentasette anni. I miei capelli sono più grigi, la mia faccia più scavata. Ho meno spensieratezza e più responsabilità. Quell'adolescente del 1989 ha trovato la sua strada, diventando adulto. Eppure quando le luci si sono accese ed è partito il primo accordo, il tempo ha smesso ancora una volta di scorrere in linea retta. Si è curvato. Come un vinile ha iniziato a girare.

Gira nel mio Cerchio.


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Un ringraziamento speciale a Vincenzo Gatti, che ha recuperato e condiviso le fotografie del concerto: preziosi reperti riaffiorati dal passato, senza i quali questo articolo non avrebbe mai preso forma.

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P.S. La reunion del 2026 è inevitabilmente orfana del compianto Ringo De Palma. Per rendere omaggio al batterista, abbiamo recuperato un raro filmato dell’epoca, contenente un’interessante intervista alla band e, tra gli altri, proprio al nostro amato Ringo.

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